lunedì 1 marzo 2010

"INGROIA: UN UOMO DELLA SPERANZA"

La sala è affollata quando, con un po' di ritardo, Antonio Ingroia vi giunge accompagnato da un lungo, caloroso applauso. E' un uomo inseguito da concrete minacce di morte a causa del suo doveroso lavoro. E' un magistrato impegnato presso la Procura di Palermo, la stessa in cui operavano i suoi colleghi e maestri Falcone e Borsellino, quindi una delle più esposte alle ritorsioni di una criminalità organizzata, provvista di mezzi, denaro e collusioni che la rendono ancor più proterva e impunita.
Venire a Tolentino è stata perciò un'impresa ardua, ma non ha voluto deludere le aspettative degli organizzatori che, con tanta ostinazione e abnegazione, si erano prodigati per una ottima e 'tranquilla' accoglienza.
L'occasione è la presentazione del suo ultimo libro "C'ERA UNA VOLTA L'INTERCETTAZIONE". La prefazione di Marco Travaglio si apre con la premessa che non è un trattato giuridico, ma uno strumento utile per comprendere le ragioni di chi, protagonista di tante drammatiche esperienze, può dimostrare come lo sviluppo tecnologico sia indispensabile per opporsi ad una criminalità che può giovarsi ognora di apparecchiature e innovazioni di raffinata ingegnosità tecnica.
Il suo pacato, ma chiaro intervento, offre agli astanti l'opportunità di comprendere quali siano i reali obiettivi che si propone il Governo con la ventilata promulgazione di una normativa, tendente ad annullare l'opera investigativa di Pubblici Ministeri che lavorano per il bene comune. Essi con gran fatica e, a volte, grazie anche ad una buona dose di fortuna, sono spesso riusciti ad evitare stragi e delitti orrendi, oltre a recuperare ricchezze e proprietà banditesche di enorme valore economico, messe a disposizione dello Stato e della collettività (vd. Associazione "LIBERA" di Don Luigi Ciotti).
Ha poi confutato le tante frasi fatte e le bugie che l'Esecutivo propaga dalle varie reti televisive di cui dispone per giustificare la 'necessità' di siffatta normativa. Una delle più sbandierate è stato l'elevato costo e l'ampio abuso delle intercettazioni; saremmo tutti 'controllati' da una magistratura estremamente curiosa e spendacciona.
In realtà il bilancio statale del 2007 per la Giustizia, pari a 7,7 miliardi, è stato 'eroso' dalle intercettazioni per un onere complessivo di 224 milioni, corrispondente al 2,9% (contro il 33% denunciato dai Ministro Alfano). In ogni caso, continua, non si capisce perché si vogliono tagliare le intercettazioni anziché le spese, come da anni la magistratura propone quali la
rivisitazione della disciplina che, attualmente, consente alle compagnie telefoniche, concessionarie dello Stato, di esigere sia dall'intercettante che dall'intercettato l'intera tariffa (due introiti per un'unica telefonata); in Germania i controlli sono invece gratuiti.
Inoltre occorre sostenere l'elevato costo derivante dal noleggio delle apparecchiature necessarie, che potrebbe essere annullato con la formazione di nuclei di polizia specializzati nell'uso di tali, sofisticati strumenti. Conclude con una domanda d'obbligo: "Si è proprio sicuri che un'indagine tradizionale costa meno di quella tecnologica a prezzi ridotti?.
Ma quanti sono gli intercettati? Il ministro Alfano afferma che nel 2007 sono stati ben 124.845 italiani, ma visto che ognuno fa o riceve una trentina di telefonate al giorno, il complessivo delle intercettazioni arriva a 3 milioni. In realtà, nello stesso anno, i decreti di intercettazione emessi sono stati 70.000, corrispondenti però a circa 20.000 persone realmente sottoposte a controllo telefonico; cioè, appena l'1% degli italiani. Il tutto considerando che nella nostra Nazione la criminalità è molto più agguerrita, estesa e organizzata rispetto agli altri Paesi.
In ultima analisi cita il testo di legge sulle intercettazioni approvato alla camera dei Deputati l'11 giugno 2009 che impone le intercettazioni ai soli procedimenti in cui siano già acquisiti evidenti indizi di... colpevolezza a carico dell'indagato. Una opportunità piuttosto contraddittoria visto che a quel punto il malfattore è già individuato.
Perché allora si vogliono mettere i magistrati nella condizione di assoluta inferiorità e impossibilità di contrastare efficacemente, ridando con ciò fiducia ai cittadini che anelano una società più giusta e vivibile, nei confronti di una delinquenza tanto propagata e ottimamente strutturata?
L'interrogativo resta sospeso, ma la risposta è scontata. Come diceva un filosofo greco 500 anni a.c., rifancedosi ai privilegiati del tempo: "La giustizia è come una ragnatela; le piccole vittime vi restano impigliate, le grandi la forano".

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